Ho cambiato casa, sfidato le mie intolleranze alimentari, smesso di bere caffè. Ed ora mi sento come se avessi mangiato un elefante.

La ricerca di casa è stata dura, in solitaria (i miei due amici lavorano quasi tutte le sere), infinite, ripetitive scartoffie e la scoperta di come siano generalmente assai sgarbati gli impiegati di agenzia. Alla fine ho trovato la casa che volevo, nel quartiere bellissimo di Northcote, con le persone giuste, amici miei, che di me si sono fidati ciecamente. Mi hanno praticamente messo in mano la faccenda, dandomi moltissima responsabilità ed ancor più fiducia. Si conoscevano appena, davvero di vista.

Ora la battaglia è vinta, dopo un weekend torrido e senza frigo durante il quale ho portato via il gatto mentre il padrone di casa sbrigava faccende, il nido sta nidificando, c’è amore nell’ aria ed esattamente il tipo di energia che cercavo, ed io invece sto tirando fuori il mio talento innato, quello di trasformar l’oro in piombo. Mi sono presa due giorni sabbatici, per riprendere fiato e non rovinare nulla.

Non sono pessimista, solo disabituata al benessere, all’atmosfera di casa. Ci vuole un pochino di tempo ad abituarsi a convivere con le proprie creazioni, soprattutto quelle riuscite. Questa davvero è una mia creatura, sognata desiderata e concepita da innumerevole tempo. Un po’ mi vergogno a tirar fuori di nuovo la solita storia di come io abbia sempre sognato, disegnato, fantasticato di una casa che fosse davvero il mio nido, sicura, rassicurante, luminosa, silenziosa, protettiva, accogliente.

Ci sono state davvero mille peripezie, fino dall’infanzia, case diverse cui abituarmi, pezzi di geografia e di società nemmeno lontanamente apparentati cui ho dovuto scoprire di appartenere contemporaneamente, case da cui scappare e in cui accamparmi provvisoriamente, stanzette prese in prestito, in affitto, tenute in salvo, perse e riconquistate, garage supplicati in cui mettere il “museo” di oggetti materni e paterni prima di partire per l’oltreoceano, casa comprata, ristrutturata, venduta, case sognate, progettate e smantellate, pezzi di identità che non combaciano mai, una nevrotica idealizzazione che mi ha tenuto sempre in tensione, mai completamente abbandonata nel presente e nel posto in cui sono.

Ora il mio posto è qui, ho avuto quel che volevo, l’ho fatto succedere e non ho che da far pratica nell’essere semplicemente a casa, far pratica di come sto comoda, cosa mi fa felice, cosa mi fa comodo.

Davvero, a scriverlo sembrano tante cazzate. Eppure mi rendo conto di come uscire dalla struttura esistenziale di adattarsi e lamentarsi a tempo pieno sia un ulteriore processo di disintossicazione, con i suoi tempi, le sue fasi, e del quale non sono competente, nonostante il percorso fatto fino ad ora.

Ah, poi: non sono davvero messa come nel disegno, quella è una metafa, dai, l’avevate capito, lo so.

Ancora mi faccio intimorire dal layout che forse cambio, mi manca scrivere qui, mi manca scrivere in Italiano.

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