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I am your seat neighbor on the plane, the one who won’t talk to you for the whole eight hours flight, since I am too busy sleeping. Don’t you doubt, I did the same on the last flight, and I will do the same on my next one. I sometimes read a bit, in a language you don’t usually know (no use in being nosy here), but just because they’re about to serve us dinner, or lunch, or get us to disembark the hell out of here. Today I broke my record: fell asleep before taking off, woke up after landing, with some quick parenthesis (food, feeling cold, feeling hot, being asked to close the window, to open it, close it again).

Shamelessly, I now look forward to my flight time, to recoup the lost sleep, and I don’t mind the usual rush of work and projects just before my departure anymore, since I know I’m going to have 20 hours all by myself (I’ll just ignore you, remember?) to sleep my face out of my skull.

When I first started being a serious traveller (thanks to www.esperideviaggi.it, who helped me become the woman I am now) I had a lot of plans for my many hours on a plane (I started being a traveler when I decided I was going to the other side of the world, none less), thinking and reading and working and writing… I can’t remember when I started purging all of those tasks, one by one, from my list, until now.
To be honest, I do feel my eyes burning a bit, as if they were about to fall off my face, and can’t really say I’d be 100% productive if asked to perform a complex task, but, still, it’s now dinner time, I’ve landed at 6 am, I’ve almost made it, I’m not jet-lagged anymore. I’m in Africa…

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Ho cambiato casa, sfidato le mie intolleranze alimentari, smesso di bere caffè. Ed ora mi sento come se avessi mangiato un elefante.

La ricerca di casa è stata dura, in solitaria (i miei due amici lavorano quasi tutte le sere), infinite, ripetitive scartoffie e la scoperta di come siano generalmente assai sgarbati gli impiegati di agenzia. Alla fine ho trovato la casa che volevo, nel quartiere bellissimo di Northcote, con le persone giuste, amici miei, che di me si sono fidati ciecamente. Mi hanno praticamente messo in mano la faccenda, dandomi moltissima responsabilità ed ancor più fiducia. Si conoscevano appena, davvero di vista.

Ora la battaglia è vinta, dopo un weekend torrido e senza frigo durante il quale ho portato via il gatto mentre il padrone di casa sbrigava faccende, il nido sta nidificando, c’è amore nell’ aria ed esattamente il tipo di energia che cercavo, ed io invece sto tirando fuori il mio talento innato, quello di trasformar l’oro in piombo. Mi sono presa due giorni sabbatici, per riprendere fiato e non rovinare nulla.

Non sono pessimista, solo disabituata al benessere, all’atmosfera di casa. Ci vuole un pochino di tempo ad abituarsi a convivere con le proprie creazioni, soprattutto quelle riuscite. Questa davvero è una mia creatura, sognata desiderata e concepita da innumerevole tempo. Un po’ mi vergogno a tirar fuori di nuovo la solita storia di come io abbia sempre sognato, disegnato, fantasticato di una casa che fosse davvero il mio nido, sicura, rassicurante, luminosa, silenziosa, protettiva, accogliente.

Ci sono state davvero mille peripezie, fino dall’infanzia, case diverse cui abituarmi, pezzi di geografia e di società nemmeno lontanamente apparentati cui ho dovuto scoprire di appartenere contemporaneamente, case da cui scappare e in cui accamparmi provvisoriamente, stanzette prese in prestito, in affitto, tenute in salvo, perse e riconquistate, garage supplicati in cui mettere il “museo” di oggetti materni e paterni prima di partire per l’oltreoceano, casa comprata, ristrutturata, venduta, case sognate, progettate e smantellate, pezzi di identità che non combaciano mai, una nevrotica idealizzazione che mi ha tenuto sempre in tensione, mai completamente abbandonata nel presente e nel posto in cui sono.

Ora il mio posto è qui, ho avuto quel che volevo, l’ho fatto succedere e non ho che da far pratica nell’essere semplicemente a casa, far pratica di come sto comoda, cosa mi fa felice, cosa mi fa comodo.

Davvero, a scriverlo sembrano tante cazzate. Eppure mi rendo conto di come uscire dalla struttura esistenziale di adattarsi e lamentarsi a tempo pieno sia un ulteriore processo di disintossicazione, con i suoi tempi, le sue fasi, e del quale non sono competente, nonostante il percorso fatto fino ad ora.

Ah, poi: non sono davvero messa come nel disegno, quella è una metafa, dai, l’avevate capito, lo so.

Ancora mi faccio intimorire dal layout che forse cambio, mi manca scrivere qui, mi manca scrivere in Italiano.

Ho smesso di fumare da due mesi, e ho rotto l’anima a tutti a riguardo. E’ o non e’ la cosa piu’ importante che ho fatto fin’ora nella mia vita? Beh, ecco… se non avessi mai iniziato… e comunque il cambio di continente… per non parlare del cambio di lavoro… e degli studi… Comunque: e’ una roba grossa per me, di cui vado assai fiera. Difficile, come un divorzio. Impegnativa, come la maternita’ (ma cosa ne so io, poi…) Una sfida bellissima, quotidiana, l’avventura di stare dentro al mio corpo senza scappare dietro a qualche scusa legale e culturalmente accettata (meno qui che li’, comunque). Son state settimane di nervi a pezzi, emotivita’ da quindicenne, tutti i malanni miei soliti a far visita, insonnia, intolleranza, un inferno. Il mio personale viaggio all’interno del mio corpo mi ha sorpreso, tanto che ancora son stupita dell’intensita’ delle minchiate che mi succedono: ma come fanno le persone normali a non farsi sopraffare dalla vita, senza droghe, senza sigarette? Ho scoperto che la risposta e’: ce la fanno proprio perche’ sono abituati a funzionare bene o male nel loro corpo senza altri filtri, distorsioni, botte gratuite di dopamina senza motivo. Comunque: ora ho messo su un po’ di peso, quel che mi mancava per sembrare una vera donna e non una robina sottopeso e sottomessa. Indi riempio gli stivali, non sembra piu’ che ho l’acqua in casa, e medito di traslocare in una maggiore taglia di reggiseno, che qui si sta stretti e mi manca l’aria, oltre che la serenita’ di vestire di nuovo i miei soliti abiti da lavoro che si son fatti, tutto d’un tratto, superseducenti (di solito senza il mio consenso). Devo dire che il nuovo corpo e’ corazza per il mio stupore cosmico, che ancora mi possiede: chi mi vede si distrae (per la novita’) e non fa caso a quanto sia svanita, sorda, intontita. Questo e’ quel che mi dico io. Passera’ anche questo, e rimarra’ una voce piu’ chiara e le mie guance ancor vive a ricordarmi perche’ mi son tolta di dosso una coperta soffocante e polverosa dopo quindici anni. Sotto ci ho trovato di tutto. Sto ancora mettendo a posto.

Da brava italiana che non smette di tentare, mentre il resto di Melbourne festeggiava Saint Patrick’s Day e mentre l’Italia festeggiava sè stessa, io tentavo di andare a letto ad un orario umano e dormire senza interruzioni ma il destino si accaniva inclemente, questa volta non sotto forma di gatto o sete o altro se non urla, colpi, fischi di allarme costanti per un’ora, quando a questi si univa la sirena di un’auto della polizia per portare via l’ubriaco molesto letteralmente a cinque metri dalla porta della stanzetta che mi fa da studio. I miei compagni di casa non sono stati svegliati completamente dall’evento, due volte sono stata sul punto di bussare per chiamarli ma nella fifa in cui ero infusa ho preferito non perdere di vista nemmeno un minuto la porta sul retro (a me gli ubriachi molesti fanno discretamente paura). Sono quindi diligentemente andata a letto al mio solito orario, per un pisolino fugace prima della sveglia, con alterni sentimenti riguardo il mio jet-lag esistenziale che pare essere un destino. Non può essere San Patrizio per sempre…

Da qualche giorno ho ricominciato a funzionare malamente di giorno, a crollare esausta dopo cena e a svegliarmi alle due, colta da tremenda arsura, fame famelica, gatta canterina o altre notturne manifestazioni della biologia o zoologia domestica. Ogni volta mi inganno, mi dico che farò solo un piccolo giro su internet, bevo, mangio o defenestro la gatta, poi però vedo qualche messaggio, rispondo, commento, mi metto a lavoricchiare su qualche progetto o a leggere, o a chiacchierare, e mi rovino con le mie stesse mani. La mia mente si sveglia, mi viene voglia di portarmi avanti con mondane faccende domestiche, mi vengono idee balzane: adesso mi faccio la ceretta, adesso finisco gli schizzi per giovedì, adesso finisco il post in inglese che stanno aspettando, adesso, adesso… Poi mi sgrido, mi riporto alla disciplina, mi trascino a letto con le mie proprie (sempre quelle) mani (non e’ facile fare tutto da soli) e lì giaccio, inutile, per ore. Mi addormento all’ora giusta per alzarmi e mi butto giù dal letto con gli stessi modi gentili che ho usato per mandarmici. In tutto questo ho sviluppato un bel colorito da avocado acerbo e ringrazio la sorte per essere qui, chè in Italia, dove l’abbronzatura è obbligatoria, mi avrebbero già mandato allo zoo degli alieni brutti. Però i sogni interrotti alle due di notte sono molto interessanti, e mi mancherebbero, semmai dovessi iniziare a comportarmi da persona perbene che non deambula di notte e che non si prende in giro (e malmena, e trascina, e butta giù dal proprio letto) da sola.

Sembra che amici e conoscenti godessero moderatamente nel leggere il blog vecchio, il buon melamorsi.blogspot. Anche se non commentavano, anche se non me l’han detto fino a quando non li ho rivisti, dopo tre anni e numerose peripezie, finalmente di persona, in questo agognato ed emozionante viaggio in Europa. E, devo dire, rileggendolo, ho provato nostalgia per Melamorsi, per l’energia spesa, la confusione e la passione profusa in quel blogghino, tanto che ora vorrei rientrare ma non posso, essendomi chiusa fuori dalla mia casella di posta senza piu’ ricordare la password cambiata velocemente dopo una intrusione di un cinese ignoto. Invito dunque tutti, amici e sconosciuti, vecchi e nuovi, a ritrovarci qui, che la voglia di scrivere mi e’ tornata, dopo la tristezza e la confusione e le beghe relative a scuole, visti e case, le convivenze con psicopatici, i ricatti, le professioni di cattiveria e tutto il resto che non son riuscita a tirar fuori in tutto questo tempo. Certo, il blogghino vecchio aveva piu’ calore, piu’ storia e piu’ sapore… ma basta aprire la valigia, fare un po’ di confusione e mettere su un po’ di musica per sentirci a casa anche qui. Ci vogliono pero’ anche i commenti, altrimenti credo di essere pazza e di parlare (scrivere) al muro (un gran bel muro, ma poco espressivo, di solito).

Sono al momento nomade piu’ che mai, continuo a spedire pacchi a Melbourne di cose ritrovate e di cose che abbandono per inadeguatezza al clima che mi circonda (Losanna: -6 gradi centigradi) senza sapere ancora nulla di certo riguardo il mio visto. Dovrò, ancora una volta, fare come “Lola”, quella del film dove si corre: continuare ad andare, tenere alta la fiducia, far lavorare il cervellino e preparare il piano B (e C e D…) su cui atterrare morbidamente in caso d’imprevisti (che si verificano piu’ spesso di quanto vorrei…)

Dopo le settimane di lusso in mansarda in centro a Ravenna da Beppe che ha accolto me, il mio jet-leg ed i miei progetti di ragú planetario, i giorni nella parte bella di Milano da Lorenzo, le notti sul materassone gonfiabile di Cinzia che mi ha scarrozzato in giro per il Ticino e fino al centro benessere con piscina calda all’aperto circondate dalla neve… oggi ho incontrato Werner e Sandra Jeker, conosciuti lo scorso anno al festival agIdeas di Melbourne e, dopo aver visitato il bellissimo Les Ateliers du Nord (dove è nato il primo mouse Logitech oltre che la macchina da caffè Nespresso e mille splendidi poster e libri e lavori di grafica superba), siamo andati a mangiare Rösti e bere birra e parlare di politica italiana con una passione e una profondità che mi han fatto sentire meno strana, meno inopportuna e fissata di quanto, spesso, non mi capiti in terra australe e italica, segno che c’e’e poi spazio per tutti.

Vorrei parlare francese, però, e ci proverò per una settimana, prima a Ginera e poi in Provenza dove mi aspetta lo zio viaggiatore e santo protettore dei nomadi di famiglia: mio zio Edmondo che, spero tanto, mi porterà a cavallo, un cavallo sveglio e non svogliato, un cavallo che mi porti da qualche parte tra la neve ed i boschi anzichè farsi portare in spalla da me (che ne ho abbastanza dei bagagli…)

Che emozione abbracciare tutti. Verrebbe voglia di rifare il giro da capo e spero di riuscire a farlo prima di ritornare giù sotto downunder. Grazie per avermi dato l’impulso per scrivere ancora. E non solo di beghe e disgrazie… Era ora!

Ricominciare a postare quando anche la seconda scuola chiude. Sono rimasta qualche settimana senza parole, poi ho ritrovato la password ma non volevo imprecare. Si puo’ dire “uffa”? Ecco, allora, UFFA!

Caro Babbo Natale,

l`anno scorso sono stata troppo buona, come al solito. Allora, visto che non mi hai portato altro che nuove grane, quest’anno faccio il buon proposito di essere piu’ cattiva e meno paziente.

Prometto di essere meno tollerante, meno comprensiva, meno disponibile con chi non se lo merita.

Di pronunciare le sacrosante parole : “ti prendi troppo sul serio, nani”, agli artistucoli, scienziatucoli, ominicchi e donninicchie che hanno poca umanita’, poca cultura e poca capacita’ di mettersi in discussione.

Di smettere di fare autocritica al posto loro. Di dirlo chiaramente quando mi annoio. Di mandare a quel paese la gente prima che dia per scontato il diritto di abusare di tutto.

Prometto di iniziare a chiamare le cose col loro nome: frustrati i frustrati, bulli i bulli, ignoranti gli ignoranti. Anche se si nascondono dietro famiglie, posizioni, marchi di successo. A Cesare quel che e’ di Cesare e agli arroganti cio’ che spetta agli arroganti.

Prometto anche di continuare a non farla fuori, di non dar soddisfazione a chi si e’ impegnato anima e core nell`intento di farmi saltare i nervi, che, a ben vedere, sono piu’ saldi di prima.

Prometto pero’ di non lasciar correre, di cercare la rispostina giusta e di non sprecare piu’ il mio tempo dietro a cause perse.

L`ispirazione mi e` gia’ venuta. Magari col tempo riusciro’ anche a sistemare gli apostrofi e gli accenti.

Sta scendendo una pioggia benedetta, tra poco vado a letto, il rumore meraviglioso e la pulizia che l`acqua sta portando nella mia testa calma le telefonate pesanti all`ufficio, i turni orrendi (e doppi) del fine settimana, gli intervistati aggressivi, gli intervistati depressi, i rifiuti, la sensazione di essere sempre nel posto sbagliato, il silenzio sulle questioni di scuola, lo scaldabagno rotto e la vasca riempita d`acqua da pentoloni e bollitori. Con l`ornitologo per ora non ci lasciamo, siamo tornati umani e son cose che fan piacere. È via per lavoro fino a domani sera in un parco bellissimo e io nemmeno me la rodo (diciamo non troppo, via). Poi ho trovato una borsa della mia taglia che non mi picchia quando cammino e credo questo sia una delle graziose coincidenze di Melbourne (se la borsa mi procura mal di schiena alle 9 di mattina di solito sono da ricovero alle 10 di sera). Insomma: tutta ancora in salita, mi abituerò in fretta se riesco e vedrò di sopravvivere. In caso contrario abbiate cura delle gatte, vi prego, spartitevi i miei possedimenti da bravi fratelli e per favore seppellite la borsa nuova nel cubicolo in cui sarò tumulata insieme alle mie belle speranze. (SOLO in caso soccombessi, altrimenti tengo per me tutto comprese le vane speranze).

Stiamo come d`autunno sugli alberi gli studenti. Appesi a qualche mail dall` ACPET che ci dia un barlume d`indizio sul nostro futuro. Nel frattempo ho iniziato due lavori, dei quali non avevo alcuna esperienza. Nel frattempo con l`ornitologo mi sa che ci lasciamo. Ed io sono esausta. Tutto bene, comunque: accetto la transizione che fino ad ora mi ha fatto crescere fino a qui. Se ne esco viva sara` tutto molto interessante. Il primo lavoro lo chiamerei “il mio grasso grosso matrimonio greco” ed il secondo “l`odissea del censo”.